Goblin 5134, detto Sleh

Non ricorda molto della sua vita precedente. Non sa se è nato già schiavo o è stato catturato quand’era ancora un cucciolo. Aveva mai avuto una vita senza catena al collo? Provava a ricordare ogni sera, mentre era chiuso nel suo barile aspettando che la Mamma-Sogno lo prendesse con sé e lo portasse nel mondo dei liberi.

In quelli accanto, accatastate le une alle altre, gli altri schiavi come lui facevano ogni tipo di rumore. I coboldi, ad esempio, si addormentavano presto e russavano sonoramente, gli halfling chiacchieravano fino a notte fonda ridacchiando e scherzando, mentre i goblin come lui si limitavano a ruttare o scorreggiare.

Era una di quelle sere fastidiose, dove rigirarsi nella botte in preda ai crampi era quasi impossibile. E anche quella volta, cercava di ricordare se aveva mai scorto il cielo di giorno.

5134urlò improvvisamente una voce grossa e roca mentre una manona lo strappava dalla sicurezza del suo barile – il capo ha un lavoretto per te.” alzandolo di peso e scaraventandolo lungo uno dei canali delle fognature dove il capo, o meglio il Grande Re dei Ratti, aveva costruito la sua Reggia. Maestà” disse lo schiavo facendo tintinnare la catena nell’atto di inchinarsi. E poi, alzando lo sguardo al trono fatto con le ossa, le pelli e le pellicce degli schiavi morti ke io può fa’ pe’ te?”

Ah, eccoti! Vuoi favorire?”disse il Re porgendogli una coscia di un qualche animale che risultava non ben specificato, fino a quando notò il tatuaggio attorno al polpaccio: 3947! Si trattava di un vecchio goblin che era uscito in missione due giorni prima e di cui non si erano avute più notizie. Aveva commesso l’errore di farsi individuare durante una missione, e ciò lo aveva condannato all’Arrosti! Non era una pratica inusuale, questa: spesso più per gusto che per punizione, il Grande Re dei Ratti condannava uno dei suoi schiavi e, cotto secondo particolari ricette, ne gustava le carni.

Il re rise, mentre 5134 impercettibilmente si ritraeva alla sua offerta. Diede un morso alla coscia per poi lanciarla incurante sul vassoio.

Devi andare alla locanda dell’Ossobuco.aggiunse con leggerezza leccandosi le dita – mi hanno riferito che c’è un avventuriero pericoloso, me ne hanno commissionato l’omicidio. Non puoi sbagliare: è l’unico ospite.” Mentre il grasso gli colava sul mento, il Grande Re dei Ratti lo congedò lanciandogli contro due ossa di 3947, che il goblin raccolse come reliquie.

Alla locanda, 5134 si intrufolò senza problemi, nonostante la catena. Entrare di soppiatto era la sua specialità. Nella grande sala a pian terreno, il bar era chiuso e le sedie sui tavoli. Tutte tranne una. Davanti al camino, pensoso, sedeva un uomo in cotta di maglia, dai lunghi capelli biondi e dalla folta barba. Sembrava venire da terre lontane, dal nord. 5134 lo osservò a lungo, nascosto dietro il pilone centrale della sala. Poi decise che era giunto il momento di attaccare quando capì che l’uomo lasciava scoperto il collo mentre si chinava a ravvivare il fuoco.

Un tronco fece un piccolo scoppietto e la fiamma si attenuò un po’.

L’uomo si abbassò.

5134 uscì allo scoperto.

La mano dell’uomo iniziò ad attizzare il fuoco.

Il goblin si pose alla distanza giusta per sferrare il fendente preciso e letale. Deglutì. E fece un balzo.

Nello stesso istante il troncò scoppiettò di nuovo, una scintilla entrò nell’occhio dell’uomo facendolo alzare di scatto!

La lama non entrò nella carne, ma si spezzò sulla cotta di maglia. >Sdeng!<

Ciò che venne dopo fu una colluttazione talmente rapida e violenta che solo alcuni passaggi permangono nella memoria di 5134.

La paura del goblin divenne terrore quando l’uomo si girò urlando e brandendo un’ascia. Il feroce colpo che avrebbe tagliato in due un essere umano, portò l’ascia a piantarsi nel bel mezzo del pilone. 5134, approfittando della situazione, si infilò tra le gambe dell’uomo e si lanciò sul camino, afferrando un tronco ardente.

Momentaneamente disarmato l’uomo afferrò la catena, tirando verso il centro della sala il povero goblin che, per lo strattone, lasciò rotolare via la legna che aveva raccolto.

Il povero assassino provò a fuggire all’ira dell’omone scivolando di tavolaccio in tavolaccio, mentre il malcapitato straniero faceva volare via le sedie alla ricerca del suo avversario.

Approfittando dell’ira del nemico, il goblin fissò la catena tra due tavoli creando la trappola più vecchia e stupida del mondo, nella quale il biondo cadde. Si sentì soddisfatto della sua arguzia, il piccoletto, finchè non si rese conto che si era creato ben tre complicazioni da solo.

La prima cosa che notò fu che la catena si era impigliata nell’arredamento della taverna, rendendogli impossibile fuggire.

La seconda era che aveva portato l’uomo a portata del pilone centrale, facendogli recuperare la sua stramaledettissima ascia.

La terza, e forse ben più grave, era che il tizzone che aveva raccolto e lasciato andare stava dando fuoco alla locanda.

Cazzo!” esclamò.

L’uomo calò la scure con tutta la forza di cui era capace, spaccando a metà un tavolo e mancando di qualche centimetro l’orecchio dello schiavo. Non era più incastrato! 5134 provò a sgattaiolare via e nascondersi dietro il bancone della locanda, ma la catena lo tradì, rivelando la sua posizione. Sicuro di sé, l’omone si avvicinò lentamente al bancone. Il goblin sentì il peso della sua ombra sulla sua schiena. Pregò tutte le divinità che solitamente bestemmiava e si aggrappò ad un gancio che spuntava da una parete. Sentì il rumore della catena, mentre l’uomo la avvolgeva attorno alla sua mano ridacchiando.

Lo stranierò diete una strattonata, ma il goblin riuscì a rimanere attaccato al gancio con uno sforzo disumano. Sentì l’umano sputacchiarsi sulle mani: avrebbe tirato con tutta la sua forza. 5134 fu colto da uno di quei lampi di genio disperato che vengono solo a coloro che non hanno più speranza: inserì il collare che lo teneva legato alla catena nel gancio, accanto al suo collo.

L’uomo diede un altro strattone, ma non accadde nulla. E’ forte per essere un goblin”, pensò.

Iniziò a tirare e tirare, puntando i piedi a terra come si fa quando si gioca al tiro alla fune.

Sgranò gli occhi, l’uomo, quando sentì un rumore sordo: >tlac!< Una maglia della catena, indebolita da un colpo d’ascia aveva ceduto. D’improvviso la sua forza si trasformò in spinta: volò all’indietro, dritto sul pilone che aveva incrinato lui stesso con il violento fendente.

Anche il pilone fece un rumore cupo >Krak!< a cui segui il >Rumble< del tetto della locanda, che gli crollò sul cranio.

5134 tirò un sospiro di sollievo: forse non sarebbe finito Arrosto. Poi si guardò intorno: metà locanda era crollata, l’altra metà prendeva fuoco. Però l’uomo era morto, no? Il Grande Re dei Ratti gli avrebbe negato il rancio per un paio di settimane, ma sarebbe sopravvissuto.

Si avvicinò alla mano dell’uomo per prendere un dito come prova del compiuto assassinio, quando questi iniziò a gemere da sotto le macerie.

Cazzo!” Esclamò di nuovo 5134, mentre indietreggiava di qualche passo per lo sgomento. Inciampò in qualcosa e guardò in basso. Una catena spezzata.

Forse sarebbe finito Arrosto.

Una catena spezzata?! Il goblin tastò il collare che aveva al collo. Era ancora lì, anche se malmesso. Iniziò a tirare la catena che lo collegava alla Reggia. Dopo un paio di metri si interruppe!

La gente iniziò ad accendere le luci alle finestre, qualcuno cominciò ad uscire in strada.

Se io resta io finisce sicuro Arrosto!”, pensò.

Raccolse la catena, la avvolse attorno alla sua vita e, come sapeva fare meglio di chiunque altro, sgattaiolò via.

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