Le Memorie di Troshek – 1. Giorno di Mercato

La carovana su cui viaggiava Jose era arrivata in città in tarda mattinata. Come era nei loro costumi, gli halfling si spostavano spesso, conducendo uno stile di vita gitano che Jose adorava. Non che di solito incontrassero grossi pericoli – i mezzuomini erano noti anche per stare alla larga dai guai, per quanto potessero – ma lui era dell’opinione che viaggiare desse quel pizzico di spezie in più che dava sapore alla vita. Erano arrivati a Wirtington proprio nel giorno di mercato. Quale succosa occasione! Tra un passante che lo spintonava da una parte e un mercante che gli lanciava strane occhiate, il nostro halfling, avvolto nel suo gilè di cuoio, era riuscito a sgraffignare un bel po’ di monete. Ma, ahimè, le bancarelle si svuotavano e il brontolìo del suo stomaco gli fece capire anche il perchè. Una fiumara di gente si riversava in taverna, e lui imboccò la porta tra loro. All’Unicorno arrosto, diceva l’insegna. Appena entrato notò un rubizzo uomo seduto ad un tavolo, con una corona di capelli grigiastri ai lati della testa, era intento a sorseggiare la sua birra chiara mentre contava le monete d’oro per il conto del pasto appena consumato. Poi, con un fare pacchiano, riappese il sacchetto alla propria cintura. Di sicuro un mercante, intuì Jose e, prendendo come un invito quel gesto plateale, passeggiò con noncuranza di fianco al tavolo occupato dall’uomo alticcio, finse di inciampare e urtò il tavolo, rovesciando quasi del tutto il boccale del mercante che, distratto dal bicchiere, non si accorse che l’halfling lo aveva alleggerito di un bel po’ di conio. Girandosi per guardarlo in malo modo, vide il piccoletto che tirava fuori la mano da una tasca e, insospettitosi, si tastò la cintura.

“Guardie! Guardie!!”, cominciò ad urlare, rosso in volto.

Fortunatamente per l’uomo – ma non per Jose – c’erano due guardie in taverna, intente a consumare il proprio pasto.

“Si calmi, signore. Cosa succede?”
“Quel… Quell’halfling! Ha urtato il tavolo e mi ha rovesciato la birra!”
“E’ vero?” chiese una delle due guardie a Jose, quella a cui era toccato il compito di fermare il mezzuomo.

“Beh, sì – ammise – Sono inciampato.”
“Bene, vorrà dire che offrirà a quest’uomo un nuovo boccale.”
“Se proprio devo!”
“Non è questo il punto!! – urlò il mercante che, per la rabbia, balzò in piedi – Mi ha rovesciato la birra, ma mi ha anche derubato! Ha addosso la mia sacchetta d’oro! Perquisitelo!”
l’halfling non oppose resistenza, essendosi liberato del maltolto gettandolo sotto una sedia non appena aveva sentito le prime tre lettere della parola “guardie”, rendendosi disponibile a collaborare con la giustizia. Tutto ciò che le due guardie riuscirono a trovare furono le monete di Jose. “È questa, signore?” disse l’altra guradia, esibendo il borsello.
L’uomo non riconobbe quella borsa come la sua, guardò sospettosamente il mezzuomo e si girò intorno come per cercare lo sguardo accusatorio di qualcuno. “Sì.” affermò. “Non è vero. È la mia, quella!” cominciò a protestare l’halfling, saltando e provando a divincolarsi dalla stretta delle guardie.
“Se è la tua, quante monete ci sono?” esordì la guardia più alta, quella che era andato a prenderlo, tronfio d’orgoglio per il suo colpo di genio.

“77 monete d’argento e 35 di rame.” rispose rapidamente e con sicurezza Jose.

L’uomo aprì la borsa e cominciò a contare. “Sono 70 monete d’argento e 31 di rame, halfling. Questa borsa è mia!”
Jose era talmente furioso dal fatto che il mercante s’era nascosto alcune monete nel palmo della mano (proprio sotto gli occhi di due guardie) che non riuscì a controbattere, limitandosi ad insultare l’uomo per la sua idiozia “T’è andata male, idiota! Avevi dell’oro e adesso ti ritrovi con mezza borsa d’argento. Ed è pure falso!!”
“Andiamo – dissero le guardie mettendogli le manette – Adesso ti portiamo con noi dal giudice della Chiesa dell’Omnidio.

Mentre uscivano, un giovane, abbassandosi per raccogliere il coltello che gli era caduto mentre pranzava, trovò una borsa piena zeppa d’oro. Ma questa è un’altra storia.

Accompagnato dalle due guardie, ammanettato e controllato a vista manco fosse un efferato omicida, Jose attraversò l’intera città fino ad arrivare a questa enorme struttura, la Chiesa dell’Omnidio, Ephot. La struttura dell’intera chiesa era circolare, avvolta in marmo bianco che sembrava brillare sotto i caldi raggi di mezzogiorno. L’alta struttura sembrava ancora più slanciata da contrafforti laterali le cui punte, sormontate da statue raffiguranti tutte le divinità del Pantheon – dalla sua posizione il mezzuomo riusciva ad intravvedere Boccob il Dio della Magia, Nerull il Dio della Morte e Vecna, Dio dei segreti – facevano da corona alla cupola centrale della chiesa, sulla cui cima, montata su di un’asta metallica, svettava una sfera argentea simbolo di Ephot. Così come la struttura suggeriva, l’Omnichiesa venerava Ephot come unico grande Dio, ma accettava chi venerava le altre divinità, purchè questi fedeli ammettessero che ogni Dio altro non era che un’emanazione dell’Omnidio.
Sui lati della chiesa, come ad avvolgerla, sorgevano altre strutture come monasteri, alloggi militari, caserme, prigioni, studi, uffici ecclesiastici. Jose fu condotto verso uno di questi, il più rumoroso, secondo il suo giudizio, e continuò ad essere condotto per corridoi, tra guardie coi piedi doloranti, monaci affaccendati, novizi alle prese con le preghiere, fino ad arrivare in una zona silenziosissima non per devoto rispetto, ma perchè – comprese – erano gli uffici delle teste d’uovo della chiesa.

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